Un coro di Natale

racconto di Maria Rosa Pantè, foto del Santuario Vivi gli animali

… e io sono una capra. Faccio bella mostra di me in vari siti che si dedicano alla beneficenza. Hanno nomi inglesi, noi capre mica ce li ricordiamo. Io però so che la mia immagine o quella di qualche mia “simile” sta lì, in attesa di essere cliccata: a Natale, che per me non vuol dire proprio niente, ma per gli umani sì e molto. Così nei siti si invitano le persone che devono fare regali, e non sanno che pesci (o capre) pigliare, perché loro hanno tutto e i loro parentamici anche di più, insomma si invitano quelle persone lì a regalare me, una capra.

Ma sporca. Direte.

Ma fa rumore. Aggiungerete.

Ma puzza. Come se anche voi umani non aveste odori marcati e anche talvolta poco gradevoli.

E io vi dico.

Ma faccio il latte. E voi?

Ma mangio poco. Mentre voi...

Ma posso col mio latte fornire anche un ottimo formaggio. Voi, dopo aver brucato un po' d'erba, cosa sapreste produrre?

E poi calmi, si invita a regalare una capra non a chi abita in una città, in un appartamento: che io poi non ci vorrei mai stare. Che gabbie!

Regalatemi ai bambini africani. Alle loro mamme. A chi soffre davvero la fame.

Regalatemi. Non mi piace questo verbo, ma mi adeguerò. Essere la capra di qualcuno che davvero ti apprezza non ha prezzo.

Mi sento così su che parlo come un carta di credito.

Meglio di una carta di credito, perché io faccio il latte e lei?

… e io sono un asino. Un mio avo ha passato la sua misera vita col paraocchi a girare in un cerchio soffocante per far funzionare una macina. E i ragazzotti ignoranti lo pestavano pure. Ora si pentono, come quel signore anziano che parla con sua figlia. Ricorda la sua fanciullezza e ricorda il mio avo. Con dolore, ora, con tristezza, con rammarico per quella vita di fatica. Il mio avo era il motore della macina. Era colui che donava la farina, era un benefattore dell'umanità, ma non è mai stato contraccambiato. Io, io sono più fortunato. Nonostante sia un po' offeso per il fatto che, se c'è una persona dura di comprendonio, le danno dell'asino, senza sapere quanto io sia ben più intelligente di molti esseri umani, nonostante questa amarezza, io sono fortunato. Mi han salvato dal diventare carne da macello. M'han salvato dall'estinzione: un asino ora che la macina non c'è più non lo vuole più nessuno. E m'han portato qui.

Ah, ora vi faccio vedere. Là a destra c'è il recinto dove stiamo di solito, è molto grande, quando ci salta il ghiribizzo, io e i miei 5 compagni, facciamo delle corse a perdifiato. Più spesso, però, bruchiamo e stiamo lì pigri e meditabondi. Dietro il recinto c'è la stalla. Comoda, riparata, tranquilla. Qui, nel recinto, siamo sotto gli occhi di tutti: ma tutto è sotto i nostri occhi, e ci piace, come ci piace! Nella stalla, invece, c'è la privacy. Ognuno ha la sua stanzetta, verrebbe da dire. Insomma un vero lusso.

Più in là è dove si mangia, le mangiatoie dove si mettono i cibi che più ci piacciono, magari ci fossero dosi più abbondanti! Ma mi tengono in linea. Alla mia età ihihih.

L'acqua è sempre pulita, mi ci tuffo e faccio di quegli sbruffi, da far la doccia a tutti. Sono il terrore dei tafani che mi infastidiscono l'estate. E sì che siamo puliti: ci strigliano che è un piacere. All'inizio, io venivo da una fattoria un po' selvaggia, mi sentivo un damerino, ma adesso. Mi annuso e mi piaccio. Da morire.

Mi trattano bene e anche gli altri asini non sono affatto male. Sono in una specie di paradiso per asini e sono ancora vivo! E in cambio che devo fare? Indovinate. Là c'è il maneggio, dall'altra parte c'è qualche superbo cavallo: noi con loro non ci mescoliamo. E lì ecco una bella pista. Io vivo in paradiso... e voi scommetto non avete ancora capito cosa ci faccio qui.

Vabbè seguitemi un po'.

“L'asino, l'asinello, l'asinello!!! che bello Gli do' il pane? E una carota? Posso accarezzarlo?....”

Sono i miei bambini. Ah ah ah carini, simpatici, delle volte un po' rumorosi, voi capite che queste orecchie sono parabole sensibilissime! I miei bambini. Guarda quella, fino a due mesi fa non parlava con nessuno, adesso urla, ahimè più di tutti. E quello? Quello passa dalla sedia a rotelle alla mia groppa, dice che il mal di schiena gli si è molto calmato.. Con lui mica galoppo, vado piano, piano come piace a me. Faccio il lavoro più bello che si posa immaginare e non solo per un asino. Aiuto i bambini che hanno qualche malattia. Stanno con me e guariscono.

Beh, non tutti e non del tutto, ma io preferisco esagerare. E voi datemi ragione se no vi raglio nelle orecchie: un'esperienza che non vi consiglio!

… e io sono il cane. Anzi ero. Vivo nel ricordo di un bambino. Beh adesso non è più un bambino. Io l'ho conosciuto tanto tempo fa, quando io ero un cane grande, grosso e forte e lui un bimbetto di pochi anni. Sono stato un bravo cane da guardia. Sarei stato anche bravo come cane da pastore, invece mi toccò sorte diversa e piuttosto strana. La famiglia del piccoletto, lo chiamo così perché eravamo tanto amici, non poteva permettersi nessun animale, nemmeno una vaccherella, figuriamoci del bestiame. Era una famiglia povera. C'ero io e basta. Anche fare la guardia era strano. La guardia a cosa? C'era ben poco da custodire. Così condivisi gli stenti di quella famigliola, perché sono un cane e sono fedele e perché volevo bene al piccoletto. E lui a me. Ma allora non lo sapeva. Adesso sì, adesso che dopo quasi 50 anni mi ricorda.

Il piccoletto era un po' monello, come si dice oggi, un bulletto. Avrebbe voluto non un cane, ma un cavallo, come le altre famiglie, o un bue. Un bue sarebbe stata la ricchezza, avere un bue non era cosa da poco in quel mondo di contadini. Il piccoletto guardava gli animali dei vicini con stupore e invidia e poi guardava me, che, con la lingua di fuori per il caldo guardavo lui.

Una volta ruppe gli indugi, mi trasformò in cavallo e in bue, insomma in un animale da traino. Ora quando lo racconta so che gli spiace, che si pente, che pensa d'essere stato cattivo.

Mi commuove, e così ora vorrei rassicurarlo.

Quando provò a cavalcarmi, non mi fece male era tanto magro e leggero: e poi fu un tentativo maldestro.

Un po' più traumatico fu la volta che mi mise un giogo fatto in casa e invece di attaccare il trattore mi attaccò a una vecchia porta. Mi faceva camminare così ad arare l'aia di casa sua. Dove diavolo avesse trovato quella porta non so. Era pesante e facevo fatica a muovermi, lo accontentavo però, perché mi stava vicino, mi teneva compagnia, mi faceva giocare con lui.

Ecco ora sta per raccontare l'apoteosi della nostra storia di cavalieri erranti o di contadini ricchi.

Una volta venne un bambino, si credeva chissà chi, tormentava il mio amico. Quella volta cominciò a tirargli pietre. Era un bambino, sì, ma più grande del mio piccoletto. Allora io con tutta la porta presi ad inseguirlo ringhiando come un lupo infuriato. Facevo davvero paura, ancora me ne compiaccio, e il monello prepotente se ne fuggì, pieno di terrore. Da allora non venne più a tirare le pietre. Io e il mio piccoletto... non so che cosa ci accadde di preciso. Vivo nel ricordo del mio padrone e lui ora ha smesso di raccontare. Io torno da dove mi ha chiamato ancora una volta come allora, quando ero il suo cavallo, il suo bue, il suo compagno di giochi. Essere un cane è difficile, ma può dare delle belle soddisfazioni.

 

È notte: tutto tace. Il coro buono di Natale si è concluso. Tutti aspettano la buona novella. La capra nella savana. L'asino ragliando dolce alla neve che cade. E il cane.... ovunque ci sia un essere umano da “addomesticare”.

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